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Un sogno chiamato Watinoma

Burkina Faso – Giorno 3

Siamo arrivati a Koubri ieri sera tardi, il cielo era gonfio d’acqua e ha iniziato a scaricare a secchiate, le strade sono diventate fiumi e, ciò nonostante, qualche sventurato pedalava al buio. Non esiste illuminazione pubblica, la gente è così abituata al buio che semplicemente lo ignora. A Stone House ci aspettano. Ogni anno arriva Flora con un gruppo di volontari, per cui inaspettatamente tutti parlano almeno qualche parola della nostra lingua. Dieci anni fa Hado, un musicista burkinabé, porta Flora per la prima volta in Burkina, ha trovato un pezzo di terra, in mezzo alla brousse, non c’è nulla. Solo terra rossa. E Hado le dice “qui nascerà una centro culturale”. Era una visione, qualcosa di impossibile anche solo da immaginare.

Watinoma Ingresso Koubri
Ingresso di Stone House a Koubri

Fondano Watinoma, un’associazione di cooperazione italo-burkinabé. Watinoma in lingua morè significa “benvenuto”, un invito al dialogo e alla condivisione. Non hanno nulla, Hado suona, in patria è molto stimato e raduna a sé un manipolo di musicisti. Di banditi come li chiama lui. “Il senso delle cose si nasconde dietro le persone” dice una canzone che amo. E mai più di oggi il concetto è chiarissimo. Come trovare i soldi necessari per costruire il centro culturale? Con la musica, che domande! Porta i suoi musicisti in Italia e partono in tournée, suonano ovunque, raccontano il loro sogno, raccolgono fondi. Flora è la loro testa d’ariete nel nostro paese, crede al sogno chiamato Stone House, crede in un futuro migliore per il Burkina, vuole gettare un ponte tra due mondi così lontani. Un ponte fatto di arte, di tradizione, di cultura, di suoni. E così tutti i soldi raccolti diventano mattoni, diventano calce, diventano travi di legno e tetti di lamiera.

Nasce Stone House, lentamente, un pezzo alla volta, autocostruzione con manodopera locale.

Chiamano artisti a decorarla e col tempo Stone House diventa un luogo di aggregazione, dove tutti sanno di poter trovare la porta aperta. Ma questo è solo l’inizio, il progetto è ancora più ambizioso. Là fuori è pieno di gente che vive nella miseria, fuori da quel cancello un popolo urla in silenzio. Nessuno li sente, c’è il Sahara in mezzo, tante risorse che ingolosiscono i potenti dell’Europa ma nessuno che si preoccupi del suo popolo. Il Burkina Faso semplicemente non esiste. Sedici milioni di anime e il centottantunesimo posto nell’indice di sviluppo umano (su 187 paesi). E così Hado e Flora continuano a sognare, il primo sogno che sembrava irraggiungibile è diventato reale. Perché non investire energia e far conoscere Watinoma alle istituzioni? Arrivano così i bandi, i progetti, i finanziamenti. E nasce così la scuola, dove i bambini hanno accesso gratuito e i maestri ricevono un giusto compenso.

Hado a scuola con la maglietta di Sankara

Sankara diceva “Una delle condizioni per lo sviluppo è la fine dell’ignoranza. L’analfabetismo deve essere incluso fra le malattie da eliminare il più presto possibile dalla faccia della Terra” E diceva anche “Un popolo che ha fame e sete non sarà mai un popolo libero!” Cosa manca a Flora e Hado quindi? Ma certo, un campo, due ettari e mezzo di terra che distribuiscono alle famiglie dei bambini perché possano coltivare e sfamare le loro famiglie con metodi biologici. Comprano semenze, piantano alberi. Semplice per un occidentale, un piccolo miracolo in un paese come questo.

Campo biologico di Watinoma
Campo biologico di Watinoma

Stamane siamo andati al campo, domani iniziamo a piantare le acacie. Questa pianta è fenomenale, ha delle proprietà azotofissatrici che aiutano a fertilizzare la terra. Funziona così: quando piove le foglie dell’acacia cadono e fertilizzano il terreno. Nella stagione secca invece le foglie si fanno grandi e proteggono la terra dai raggi inclementi del sole. La natura è meravigliosa, perfetta. E in questa terra è un trionfo: alberi di karité per ricavare olio e burro, piante di neem dalle forti proprietà antibatteriche e antiparassitarie, baobab immensi, con foglie commestibili, eucalipti, manghi, alberi di henné. Tutto grida alla vita!

Al campo con Corinna e Makeda, le altre due volontarie

Il pomeriggio è dedicato ai bambini, sono tantissimi, chiassosi, ci sfiancano. Litigano a chi mi debba tenere per mano, imparano il mio nome così pieno di “R” e così difficile da pronunciare. Così, quando uno di loro ci riesce, gli batto il cinque con la mano. E diventa una sfida. In un attimo ho un centinaio di bambini che grida il mio nome e tutti vogliono il cinque dal bianco. Insegniamo loro “Un, due, tre stella” che diventa “un, deux, trois Watinoma” e Bandiera, che diventa “Chapeau” perché usiamo il mio cappello come vessillo da conquistare. Sono sfinito. I bambini ti vogliono tutto, ti devi dare completamente. Qui come in tutto il mondo. I bambini sono uguali in ogni angolo della Terra.

Con i bambini della scuola

Cala la sera, attorno al tavolo ci raduniamo per cenare. Stasera Abzeta ha preparato un piatto tipico, il riz graz. Riso grasso, letteralmente. Peccato che sia un riso fatto con verdure e, quando va bene, pollo che qui è talmente magro che senti solo le ossa. Di grasso nemmeno l’ombra. Ma gli africani per fortuna sono molto autoironici. Hado mangia con le mani, anzi con la mano destra, perché è quella con cui si mangia. Con la sinistra sta male. Lo guardo. Sorrido.

Attorno al tavolo

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