Mentre rassettavo e sistemavo i racconti per poterli poi pubblicare sul blog, ho ritrovato uno scritto che risale a settembre 2016. Tornavo da un viaggio di lavoro, l’ennesimo, a Dubai. Un luogo – “non luogo” che ha sempre generato in me sensazioni di ostilità e oppressione. Ogni volta che arrivavo in questa città, contavo i giorni che mi separavano dal ritorno a casa. Non mi è mai successo in nessun altro luogo del Mondo: una sensazione di totale estraneità, un rifiuto categorico interiore ad accettare che il futuro potesse anche solo somigliare a quanto i miei occhi vedevano lì. Così, sul volo di ritorno verso l’Europa, erano sgorgate queste parole: attaccato al finestrino, osservavo, sognavo e scrivevo, per poi ritrovarmi tra le mani un fil-rouge che, tenace e potente, ha resistito per sei anni alle intemperie della vita. E ora, anche se non mi sembra vero, è arrivato il momento di riprendere quel filo sottile e, come un moderno Teseo, provare a riavvolgerlo e arrivare dove gli occhi si erano solo fuggevolmente posati.

Vista di Dubai al decollo. immersa nella nebbia

Questo racconto si chiamava originariamente

“Dubai-Milano, un viaggio nel viaggio”

La cosa più bella dell’andare a Dubai per me è il viaggio in aereo. Non scherzo. Sono in volo da tre ore e mi sto riconciliando con me stesso, sto usando questo tempo per ritornare a sentirmi quello di sempre, dopo tre giorni in quella gabbia dorata e per me aliena degli Emirati Arabi.

Ed è una traversata meravigliosa quella che mi riporta a casa, sopra terre in parte sognate e in parte conosciute, terre di popoli fieri che un giorno vorrò visitare. Si supera il golfo Persico ed eccoci catapultati nel sud dell’Iran, una steppa montagnosa e arida che si distende per centinaia di chilometri senza soluzione di continuità. Poi le montagne color terra bruciata diventano leggermente più morbide, più ondulate, si intravede qualche segno di vita.

Controllo la rotta, stiamo sorvolando il Kurdistan iraniano. A sinistra il confine iracheno, l’aereo corregge la rotta, Iraq e Siria sono spazi aerei proibiti, meglio non rischiare, meglio non vedere quelle terre dilaniate dalla sete di potere. Il Kurdistan, la terra dei curdi, un popolo senza riconoscimento giuridico, un popolo che difende la propria patria a costo della vita, disseminato in un territorio vastissimo tra Iran, Iraq, Siria e Turchia. Ho visto un film bellissimo qualche settimana fa, Gulistan, land of roses che racconta della resistenza delle donne curde, della guerra per la difesa del proprio territorio, della cultura di un popolo che crede che solo attraverso l’indipendenza delle donne si possa raggiungere la democrazia. Un film commovente, che vi consiglio vivamente.
Torniamo in volo. La rotta punta verso nord-ovest, aggiriamo la punta dell’Iraq e ci incuneiamo in quel lembo di terra tra il lago salato di Urmia in Iran e il lago di Van in Turchia, terra di confine contesa da secoli di battaglie. Poco più su Kars, l’antica capitale armena, ora in terra turca. Gli armeni da una parte, i turchi dall’altra, le deportazioni, il primo olocausto del Novecento e un altro popolo che vede defraudato il proprio territorio sull’altare del potere. Quel lago di Van che oggi brilla di un azzurro vivido, visto dall’oblò e che per gli armeni significa patria perduta.

Vista del Kurdistan iraniano dall'aereo

Siamo in Turchia, paese contraddittorio di cui subisco da sempre il fascino incredibile. Ho visitato poco di questo immenso paese, due volte quello scrigno di Istanbul, la vecchia Costantinopoli, confine tra Occidente e Oriente, e poi Ankara, Smirne e la costa egea ricca di vestigia antiche. Ma quello che mi attrae ora sono i territori vasti e sperduti degli altopiani dell’Anatolia, Trebisonda da una parte, Erzurum dall’altra e poi Diyarbakir, l’Anatolia Centrale che scorre sotto la pancia dell’aereo. Mi butterei ora con un paracadute facendo perdere le mie tracce in mezzo alle montagne.

È tempo di lasciare la Turchia, Istanbul passa lontana a sinistra della rotta ma non riesco nemmeno ad intuirne la posizione. L’aereo taglia la costa del Mar Nero e sorvola quella distesa d’acqua che separa l’Asia dall’Europa: venti, forse trenta minuti ed eccola lì. La riconosci subito la cara vecchia Europa. Le coste dolci, le colline verdi a fare da cornice. La Bulgaria, Varna e Burgas che, come due torri di controllo, ci accolgono una a destra e l’altra a sinistra. E poi le montagne, la Stara Planina da una parte e i Rodopi dall’altra. Veliko Tarnovo, l’antica capitale del regno bulgaro. Siamo nei Balcani, il mio pezzo d’Europa preferito, quel regno di mezzo dove si mescolano culture e puoi ancora sentire i profumi delle spezie turche digerite e riassimilate da questi popoli che la storia ha spesso relegato a ruoli marginali, talvolta tragicamente protagonisti di guerre non loro. Persone che mi hanno sempre accolto a braccia aperte con le loro tradizioni vecchie di secoli, con la loro peculiare intelligenza e profondità. Percorriamo la Bulgaria da est a ovest, lasciamo Sofia sulla sinistra, il paesaggio si fa più piatto appropinquandosi alle pianure dei Balcani centrali ma sullo sfondo le montagne osservano vigili: la Serbia prima, a sinistra il Kosovo, altra terra di un popolo combattivo che porta avanti da anni il diritto sacrosanto al riconoscimento internazionale. E chissà cosa ancora si sta aspettando per riconoscerglielo pienamente.

E poi eccola lì, alla mia sinistra, la vedo, ci riconosciamo subito. È Sarajevo, la martoriata capitale bosniaca, la Gerusalemme d’Occidente, appoggiata in una conca tra le colline che per tanti anni sono state la sua condanna, nascondiglio perfetto per le truppe serbo-bosniache che dall’alto sparavano sui civili che cadevano come birilli. Anni, troppi anni in cui abbiamo assistito impotenti e colpevoli a quella carneficina. Non sapendo e non volendo intervenire, anni troppi vicini per non sentirci un po’ tutti parte in causa della Storia, per non provare tutti un po’ di vergogna. Ed il minimo che possiamo fare ora è visitare Sarajevo, tornare in quei luoghi dove i nostri fratelli sono caduti mentre noi guardavamo in televisione i cecchini che sparavano. E vi assicuro che Sarajevo vi premierà perché oltre ad essere un luogo della memoria, è un luogo del cuore, una città che non può non smuovere emozioni profonde, una città ricca di cultura e fascino. Altro che Dubai!

Il Lago di Van in Turchia, visto dall'aereo

Credo che il mio vicino di sedile inizi a odiarmi, vorrebbe dormire: da quando il sole batte forte sul finestrino tengo abbassato l’oscurante ma non ce la faccio. È più forte di me, guardo lo schermo con la rotta ed ogni cinque minuti apro la tendina per vedere sotto quella terra che scorre veloce.
Ricordo quest’estate quando feci tutta la traversata sopra il Sahara con il viso appiccicato al finestrino, ammirando quelle dune infinite e sognando le carovane che dal Marocco andavano in Mali e viceversa.

Siamo ad un’ora da Milano, ormai, lasciamo le brulle montagne della Bosnia e entriamo brevemente in Croazia, la costa dell’alta Dalmazia all’orizzonte, frastagliata da centinaia di isolette che come un rosario punteggiano il mare. L’Istria poi, altra zona di confine contesa in tempi meno recenti e poi la rotta taglia il golfo di Trieste, dieci minuti sopra il mare Adriatico ed eccola lì. Sorniona, immobile come un sasso ma fluttuante come una barca in mezzo all’acqua. In mezzo alla sua laguna. Venezia. Dall’alto è stupenda, Venezia è un pesce, titolava un libro molto bello di Tiziano Scarpa che mi regalò un’amica anni fa. Ed è vero, venendo da est prima la coda, poi il corpo e la testa, quella forma bizzarra le cui lische sono gli infiniti canali che la percorrono. Venezia mi ricorda istantaneamente Istanbul, cantava Battiato tanti anni fa. Ed è veramente un rosario di luoghi questo viaggio troppo veloce per essere denominato tale. Un viaggio vero richiederebbe settimane, o mesi, per riportarmi dall’Iran in Italia. Chissà, forse un giorno lo farò e lo racconterò.
L’aereo perde quota, scende verso la Pianura Padana, il sole è così forte che credo ancora ci possa essere il caldo soffocante degli Emirati. E invece è il sole dolce di fine settembre, quello che dona alla pianura quei riflessi meravigliosi che anticipano l’arrivo dell’autunno.
Dubai è solo un lontano ricordo, lo spettro di tutto quello che voglio che il mondo non diventi. Ma sono di nuovo io, sei ore per riappacificarmi con me stesso.

[Milano, 30 Settembre 2016]

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